Associazione Nazionale per la difesa dei diritti,
tutela e cura dell'anziano

Associazione di Promozione sociale ai sensi
e per gli effetti delle leggi 266/91 e 383/00



RIFLESSIONI SULLA L.180
E SUL SISTEMA ORGANIZZATIVO DELLE STRUTTURE PSICHIATRICHE

Il Dr.Bernardo Cecconi
in collaborazione con
la Dott.ssa Silvia Giovannucci (Psicologa)

La legge 180 ha rappresentato una svolta decisiva: infatti, ha sviluppato un’ampia trasformazione culturale, ponendo l’accento sul concetto che la salute è un diritto fondamentale ed inviolabile. Tuttavia nel corso degli anni, il concetto di salute e l’importanza del paziente come ‘persona' sono sfumati sempre più, lasciando spazio ad una visione distorta di tale legge. Attualmente il sistema sanitario sta assumendo le caratteristiche di un’azienda e sembra comportarsi come tale; ciò che manca è una corretta interpretazione dei criteri stabiliti nella legge.
Scriveva Enzo Biagi nel 1997 sul Corriere della Sera: “Abbiamo rotto lo specchio, i manicomi, perché non riflettessero la realtà, in nome della dignità personale. Come se i parenti dei malati di mente non meritassero rispetto ed aiuto. Quanti delitti in nome della libertà”. Io aggiungo: sembra che abbiamo rotto lo specchio soltanto per non vedere! Siamo tutti consapevoli che i portatori di disagio mentale esistono e sono delle persone con pieni diritti, quindi in quanto tali, vanno tutelati ed aiutati.
Il portatore di disagio mentale si sente spesso privo di protezione ed esente dalla vita sociale, senza scopi o motivazioni che possano indurlo al cambiamento, percepisce inoltre da parte della società stessa una sensazione d’indifferenza ed esclusione. I familiari a loro volta migrano da una struttura ad un’altra per poter semplicemente capire come poter gestire una situazione per loro alquanto difficoltosa.
A mio parere non bisogna spostare il dibattito sull’efficacia o meno della legge 180, ma bisogna concentrarsi sull’applicazione della stessa, rispettarne le originarie aspettative e rivedere alcune norme al suo interno.
Il primo passo è quello di progettare servizi competenti e destinare fondi, bisogna garantire un’assistenza a 360 gradi, basata sulla qualità e sulla continuità, ossia una rete di servizi in grado di guidare ad assistere i malati e i familiari.
Si parte quindi dalla raccolta di richieste che arrivano da chi sta vivendo tali situazioni, e non da chi crede di sapere come ci si sente ad essere portatore di disagio mentale o da chi finge di sapere cosa vuol dire avere un familiare con una patologia. In seguito bisogna inserire più figure professionali che si prendono cura del paziente e della famiglia, non limitarsi soltanto a poche, a causa dei bilanci economici e dei fondi previsti ma costantemente insufficienti!

E’ di fondamentale importanza la realizzazione di strutture specializzate, a livello quantitativo (visto l’elevato numero di richieste che giungono quotidianamente presso le strutture già esistenti) e, soprattutto, a livello qualitativo. Tali strutture devono avere un organico in grado diagnosticare, curare e reinserire il paziente in famiglia o presso altre strutture residenziali ugualmente idonee e specializzate.
Sia se si tratta di Case di Cura Psichiatriche sia se si tratta di Comunità Neuropsichiatriche - Strutture Residenziali Psichiatriche Socio Riabilitative, si deve garantire un alto tenore di assistenza e fornire all’utente dei mezzi che lo sollecitano all’autonomia e alla cura del sé.

Secondo la mia esperienza personale e professionale, ma soprattutto dopo aver ascoltato le richieste da parte dei familiari e dei pazienti, vorrei riportare come dovrebbe essere organizzata una struttura per i portatori di disagio mentale.
Innanzi tutto si deve garantire la presenza di un’équipe specializzata composta da medici psichiatri, medici internisti, psicologi-psicoterapeuti, sociologo ed infermieri professionisti. All’arrivo in struttura del paziente e dei familiari, si deve procedere con la raccolta di tutte le informazioni necessarie alla compilazione della cartella clinica, o meglio, tutto ciò che ci permette di conoscere meglio la persona che si dovrà assistere, come dati sensibili, anamnesi personale, anamnesi familiare, anamnesi medica, diagnosi di invio, analisi della domanda (motivo del ricovero, problema presentato, livello di interferenza con le normali attività, come viene affrontato il problema, risorse personali, aspettative del ricovero e obiettivi futuri), valutazione aspetto, eloquio, stato mentale ed altro. Al di là di questi contenuti è molto importante raccogliere tali informazioni in modo flessibile, stimolando la collaborazione del paziente (il paziente va stimolato attivamente come collaboratore del processo esplorativo) in modo da farlo sentire attivo e partecipe piuttosto che passivo e sottoposto a domande. Si procede poi con la somministrazione testologica, la quale andrebbe riproposta al momento della dimissione, per monitorare lo stato psichico del paziente dopo il trattamento. Durante il ricovero si lavora insieme al paziente stabilendo degli obiettivi da raggiungere e attuando un piano d’intervento specifico. Sono fondamentali le riunioni di équipe per discutere i casi clinici, scambiarsi informazioni ed accordarsi sulla linea da seguire con ogni paziente. I familiari devono essere partecipi e presenti durante tutto il percorso, quindi essere informati ed aggiornati sulle condizioni e sugli eventuali progressi del paziente e soprattutto hanno bisogno di essere supportati.
Nei colloqui individuali svolti dallo psicologo-psicoterapeuta oltre a raccogliere ed approfondire notizie anamnestiche, si può lavorare ad esempio: sulle difficoltà del paziente ad esprimere i suoi bisogni all'altro (situazioni che sviluppano comportamenti distruttivi verso se stessi e verso gli altri); sull'attribuzione del valore, non solo distruttivo, ma anche costruttivo della rabbia (come gestirla per arrivare a dei cambiamenti); sui motivi di eventuali disagi e sui possibili obiettivi; su come fissare alcuni punti riguardo al modo di affrontare alcune situazioni che in passato hanno arrecato disagi; sull'analisi delle situazioni conflittuali e sulle dinamiche familiari; sulla rilevazione di idee a sfondo persecutorio e/o sull’incongruenza tra la realtà e il ricordo attuale; sugli stati di preoccupazione relativi al reinserimento sociale; sull'autostima; sul tono dell'umore; sull'esame della realtà; sul controllo degli impulsi; sulle capacità di mentalizzazione; sugli eventuali meccanismi di difesa adottati (ossia il comportamento adottato di fronte ad alcune situazioni di vita quotidiane); sull'esplorazione dello stato emotivo; sulla forma e sul contenuto dei pensieri; sull'origine dell'ansia; sulle motivazioni al cambiamento; sull'utilizzo di nuove strategie o risorse personali; sulla comprensione delle dinamiche del dialogo interno e gestione di esse; sulle difficoltà relazionali; sulle ideazioni fobiche che invalidano la funzionalità del paziente e quant'altro.
Si deve effettuare, inoltre, un monitoraggio periodico dello stato psico-fisico di ogni paziente e garantire frequenti colloqui di sostegno, di supporto e di contenimento, molto spesso richiesti dal paziente stesso.
Due volte a settimana si può fare 'psicoterapia di gruppo' il cui argomento può essere proposto da un membro del gruppo può proseguire con una riflessione circolare sul tema, cercando di capire se c'è qualcosa che interessa particolarmente un singolo paziente che possa essere esposto agli altri. Si può semplicemente partire dalla domanda "come ci sentiamo?" o da quello che una persona sta vivendo in quel particolare momento della sua vita. Lo scopo è la condivisione di alcune paure, ansie e il sapere che non sono gli unici a provarle, il pensiero dell'utilità del ricovero, gli obiettivi da raggiungere e soprattutto come gestire il rientro a casa. E' importante condividere ciò che una persona pensa e prova, è fondamentale discutere insieme sulle problematiche legate al soggiorno nella struttura e/o alle difficoltà che si possono incontrare nel reinserimento nella società. Il gruppo sostiene, ascolta e supporta ogni membro e si possono elaborare alcune strategie per far fronte alle varie difficoltà e ai vari disagi che si possono incontrare.
E’ molto importante tener presente che i pazienti non seguono un percorso univoco ,sia per differenziazione di diagnosi ,sia perché entrati o dimessi dalla struttura in momenti diversi ,per cui anche il tema specifico dell’incontro potrà ogni volta essere soggetto a variazioni.
Sarebbe opportuno continuare o intraprendere, con alcuni pazienti che vengono dimessi, un percorso di psicoterapia o dei colloqui di supporto, in grado di fornire al soggetto uno strumento per poter elaborare alcune strategie personali atte far fronte alle situazioni conflittuali della vita quotidiana.
Tutto ciò forse già rientra nell’organizzazione delle attuali strutture psichiatriche, anche se sono certa che il numero di professionisti presenti, soprattutto di psicologi, è nettamente basso, quindi sicuramente risulta difficile, se non impossibile, riuscire a far fronte a tutte le necessità di ogni utente e dei rispettivi familiari. Infatti, basta fare una proporzione tra il numero di pazienti ricoverati e le ore di presenza previste per lo psicologo, per renderci conto che è impossibile garantire un alto tenore di assistenza psicologica, sia verso il paziente sia verso i familiari.
Il paziente ricoverato nelle strutture psichiatriche ha bisogno di essere ascoltato e supportato, necessita di una figura professionale che possa accompagnarlo durante il percorso riabilitativo e che sia presente nei momenti più difficili del suo percorso.
Per far fronte al senso d’inutilità avvertito dalle persone con disagio mentale e per aiutarli a ristabilire un contatto con la realtà sono fondamentali le attività occupazionali, ossia dei laboratori che possono stimolare e motivare il soggetto, nonché sviluppare alcune capacità latenti. Le attività di laboratorio possono essere diverse ed attivate al fine di sviluppare le abilità creative e finalizzate al controllo dell’ansia che viene canalizzata in tali attività, inoltre possono facilitare la capacità di attenzione e di concentrazione, stimolare l’interesse, sollecitare la cooperazione tra il gruppo e contribuire quindi alla realizzazione del progetto terapeutico.
Molti pazienti, soprattutto appartenenti ad una fascia di età giovanile , esprimono la loro passione per la musica, che permette di comunicare attraverso un codice alternativo rispetto a quello verbale, attraverso cioè la comunicazione analogica il cui sistema di simboli è più ricco di qualsiasi altro e permette di suscitare miglioramenti nella sfera affettiva, motivazionale e comunicativa. Inoltre , dal punto di vista terapeutico, diviene attiva stimolazione multisensoriale, cognitiva, relazionale, emozionale, con funzione di prevenzione, sostegno e recupero. “Questo linguaggio universale, che comincia dove la parola è impotente” (Claude Debussy), offre preziose opportunità terapeutiche.
La musicoterapia con i pazienti psichiatrici ad esempio, permettendo l'accesso diretto al mondo emotivo, può servire per curare ansie, nevrosi e stress; può essere usata sui bambini, adolescenti problematici o adulti con varie disabilità intellettive, sugli psicotici ed anziani colpiti da varie forme di demenza e pazienti comatosi in riabilitazione. Infatti, consentendo di comunicare con chi non è in grado di usare la parola, favorisce la comunicazione con bambini piccolissimi, con soggetti diversamente abili o persone affette da disturbi neurologici o mentali. Attualmente si utilizza la musica in gravidanza, nel puerperio e durante il parto. Gli interventi naturalmente, data la diversità dei casi, devono essere differenziati.
La musicoterapia viene applicata attraverso due metodologie:

1. musicoterapia ricettiva o passiva, con l’ascolto di musica registrata scelta dal paziente o programmata dal terapeuta;
2. musicoterapia attiva, quando la musica è creata dal paziente attraverso strumenti musicali, suoni e rumori emessi dallo stesso.

L'improvvisazione è più adatta per i soggetti che devono sviluppare la spontaneità, la creatività, la libertà di espressione, la comunicazione e le abilità personali, come per i bambini con disturbi della sfera emozionale,o con ritardo dello sviluppo, gli adolescenti che non riescono a controllare gli impulsi, gli adulti con problematiche psichiatriche. L'improvvisazione mette in grado questi utenti di comunicare e condividere emozioni e sentimenti con altri e nello stesso tempo li aiuta ad organizzare in maniera adeguata i loro pensieri e le loro idee.
Le esperienze esecutive sono indicate per quelle persone che necessitano di sviluppare le abilità sensomotorie. Mantenere l'orientamento nella realtà, apprendere diversi comportamenti di ruolo e di adattamento ,identificarsi con i sentimenti, le emozioni e le idee degli altri o lavorare cooperativamente per il raggiungimento degli obiettivi sono le competenze di base per cantare o eseguire musica precomposta.
Suonare gli strumenti può aiutare le persone con disabilità fisiche a sviluppare la coordinazione motoria e l'integrazione uditiva-motoria o visivo-motoria. Con i bambini che presentano disturbi della sfera emozionale, può far superare problemi comportamentali e controllare l'aggressività.
Le attività legate alla composizione possono essere usate con i soggetti che hanno bisogno di imparare a prendere delle decisioni e a mantenere degli impegni a trovare inoltre strategie per lavorare in modo funzionale. L'idea espressa in una composizione molto spesso corrisponde ad un pensiero o ad un sentimento importante per quella persona, quindi tale tecnica può essere usata con i bambini ospedalizzati, ai quali permette di esprimere le paure e comprenderle.
Può diventare anche un mezzo per dare libero sfogo alle persone malate di cancro. Per gli utenti che presentano problematiche legate all'assunzione di stupefacenti o alcool, può rivelarsi un mezzo efficace per esaminare pensieri irrazionali e paure e per documentare la loro intenzione di cambiare.
Le esperienze in cui viene proposto l'ascolto, di norma, sono quelle con utenti che necessitano di essere attivati o rilassati dal punto di vista fisico, emozionale, cognitivo o spirituale, come nel caso di pazienti ospedalizzati, i quali trovano nell'ascolto un aiuto per rilassarsi, ridurre lo stress, gestire il dolore e regolarizzare le funzioni fisiologiche (ritmo cardio-circolatorio e respiratorio), oppure produrre un effetto energizzante e attivante. Con gli utenti psichiatrici l'ascolto di canzoni va a toccare pensieri e idee che necessitano di essere esaminate e contemporaneamente fa emergere sentimenti che necessitano di essere espressi e condivisi. Con soggetti in psicoterapia invece, l'ascolto della musica può essere usato per stimolare fantasie, associazioni e ricordi.
Infine per le persone anziane, può facilitare il ricordo strutturato e la revisione della loro vita. Con i bambini con ritardo cognitivo e difficoltà di apprendimento, esercizi di ascolto percettivo possono essere usati per costruire, creare abilità di riconoscimento di stimoli uditivi, imparare e memorizzare colori, numeri, vocaboli, sequenze di comportamento e tutta una serie di materiale accademico.
Rimane comunque importante, come premessa all’intervento musicoterapico, il fatto che esperienze numerose e rigorose documentino le potenzialità terapeutiche della musica. La definizione più aggiornata di musicoterapia è quella approvata e condivisa dalla comunità internazionale in occasione dell’VIII congresso Mondiale di Musicoterapia della World Federation of Music Therapy – WFMT (1996): “La Musicoterapia è l’uso della musica e/o dei suoi elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) per opera di un musicoterapista qualificato, in rapporto individuale o di gruppo, in un processo studiato per facilitare e promuovere la comunicazione, la relazione, la mobilità, l’espressione, l'organizzazione ed altri rilevanti obiettivi terapeutici per incontrare i bisogni fisici, emozionali, mentali, sociali e cognitivi.

In conclusione, per garantire il diritto alla salute ed alla cura per i malati di mente, è di fondamentale importanza assicurare la continuità terapeutica attraverso un lavoro di rete tra i vari Enti, realizzare nuove strutture e riorganizzare le vecchie, inserire un’équipe di professionisti guidata da medici specialisti in psichiatria affiancati da più psicologi-psicoterapeuti, in grado di supportare sia il paziente sia i familiari, inserire molteplici attività terapeutiche-riabilitative ed attuare vari progetti di prevenzione. Tutto ciò si esprime con poche parole: diamo voce a coloro che soffrono, facciamo in modo che il loro dolore sia attenuato, cerchiamo di comprendere che oltre al disagio psichico, del quale nessuno è responsabile, esiste un disagio similmente grave, la solitudine, del quale ognuno di noi è responsabile. Proviamo inoltre a pensare, soltanto per pochi minuti, a noi stessi come familiari di un malato psichico e cerchiamo di comprendere, nei limiti delle nostre capacità, la situazione nella quale vivono!



Dr.ssa Silvia Giovannucci
(Psicologa)


ASSOCIAZIONE NAZIONALE
PER LA DIFESA DEI DIRITTI
TUTELA E CURA DELL’ANZIANO
Presidente
DOTT. BERNARDO CECCONI

 

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